I bartender Italiani omaggiano i 200 anni di Jim Beam

I bartender Italiani omaggiano i 200 anni di Jim Beam

Print Friendly, PDF & Email

Parlando di uno dei distillati più famosi e diffusi trasversalmente in tutto il mondo, dire whiskey significa tutto e niente. Sono tanti infatti i generi e tutti caratterialmente diversi tra loro, proprio come accade per le differenze che ci sono tra i suoi consumatori.

In America Whiskey significa principalmente Bourbon, nome con il quale pare che il reverendo Elijah Craig, abbia chiamato il suo distillato nel 1789. Questa tipologia viene prodotta in diversi stati USA, tra i quali  il Kentucky dove risiedono alcune delle produzioni più rappresentative per eccellenza, come Jim Beam che quest’anno festeggia i suoi primi 200 anni.

La ricetta originaria di Jacob Beam, agricoltore del Clermont che nel suo mulino elaborò il processo di distillazione e invecchiamento di 4 anni, in due secoli abbondanti ha attraversato la Grande Depressione, due guerre e gli anni del Proibizionismo  americano, per arrivare intatta nei Tumbler dei giorni nostri. Sette generazioni da Jacob a David da Jeremiah a Fred per la famiglia più longeva nel mondo del Bourbon.

La loro ricetta nasce dalla distillazione a bassa temperatura di un mix di cereali: granoturco, segale e orzo riempiono l’aroma dolce che svela sentori di vaniglia e fieno falciato, frutta secca, miele ed erbe aromatiche.

In una doppia e lenta fermentazione, prende vita una miscela di straordinaria qualità, Sour Mash (mosto aspro), che si presenta con un gusto pieno e morbido, con note di rovere tostato e crema pasticceria, per lasciare un piacevole ricordo di resina al palato. Distribuito da Stock Spirits a partire da aprile, ecco tre signature drink a base Jim Beam,  realizzati da tre top bartender italiani.

The Big Fella

(ispirato al film “Lo chiamavano Trinità”, di E.B. Clucher, 1970)

Barman: Valerio Boccitto, bar manager del Club Derrière di Roma

Ingredienti: 50 ml Jim Beam bourbon – 10 ml mezcal Los Siete Misterios – 15 ml cordiale alla banana – 15 ml sciroppo di fava tonka – 10 ml succo di limone – 1 dash angostura bitter

Bicchiere: Old Fashioned

Garnish: banana disidratata

Preparazione: Con la tecnica dello shake and strain, versare tutti gli ingredienti nello shaker, agitare e versare nel bicchiere Old Fashioned, colmare di ghiaccio e guarnire con della banana disidratata.

Ispirazione: Il drink è liberamente ispirato al personaggio di Bambino, interpretato da Bud Spencer nel film “Lo chiamavano Trinità”. Un cocktail a base bourbon, amabile e fresco, ma allo stesso tempo strong ed elaborato. Come il personaggio del film, sempre impegnato in risse e scazzottate ma, in fondo, con un animo buono. Il drink è realizzato unendo il bourbon del Kentucky, Jim Beam e il mezcal messicano Los Siete Misterios e vuole riproporre anche il rapporto di Bambino con il fratello, interpretato da Terence Hill, tanto diverso quanto compatibile. Una bevanda che, in una moderna versione del film, non avrebbe sfigurato: un drink forte, da cowboy, ma anche godibile, per l’avventore che avrebbe potuto cercare ristoro in un saloon.

The Boat That Rocked

(ispirato al film I Love Radio Rock, di Richard Curtis, 2009)

Barman: Gabriele Macrì, proprietario e bartender dell’Affinity Cafè di Grosseto

Ingredienti: 4,5 cl VII Hills Italian Dry Gin – 1,5 cl sciroppo di bourbon Jim Beam – 2 dash Peychaud’s bitter – Top Schweppes tonica

Bicchiere: Luigi Bormioli highball

Garnish: una piccola barchetta di carta

Preparazione: Un drink costruito direttamente nel bicchiere: si versano gli ingredienti e si mescolano, quindi si aggiunge ghiaccio e si mescola nuovamente. Si riempie di ghiaccio il bicchiere fino all’orlo e si completa con la tonica. Quindi, lo sciroppo di Jim Beam preparato con parti uguali di bourbon e zucchero.

Ispirazione: Per questo drink l’ispirazione nasce da uno dei film preferiti del bartender, I Love Radio Rock (titolo originale The boat that rocked) interpretato, tra gli altri, da Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans e Kenneth Branagh. Il film racconta la storia di una radio pirata inglese degli anni Sessanta che trasmetteva illegalmente musica rock e pop contro il volere del governo inglese, mentre ancora diffondeva tramite BBC principalmente musica classica. Nel drink le due fazioni contrastanti di questa pellicola, rappresentate dal gin per quanto riguarda la classicità inglese (il barman, italiano, ha quindi optato per VII Hills Italian Dry Gin) e dal bourbon per antonomasia del Kentucky, il Jim Beam, a rappresentare il rock n’ roll e la ribellione. Il tutto completato con acqua tonica e Peychaud’s Bitter, originariamente utilizzati come rimedio per le malattie sulle navi. Il risultato è un drink in stile highball ottimo e fresco, che racconta a suo modo la storia di “The boat that rocked”. Salute!

Dirty Old Town

(ispirato alla città di Genova)

Bartender: Giulio Tabaletti, socio e bartender del Gradisca Cafè di Genova

Ingredienti: (per 2 litri) 60 cl Jim Beam bourbon – 20 cl Gosling’s Black Seal Rum 151 – 1 litro di thè English Breakfast – 20 cl oleo saccharum di zucchero e scorze di limone

Bicchiere: Old Fashioned

Side: frollini

Preparazione: Con la tecnica del fat washing, versare tutti gli ingredienti in una bowl, effettuare una ‘cagliatura’ con latte bollente infuso alla focaccia e filtrare con un filtro da caffè. Servire con side di frollini.

Ispirazione: Il cocktail prende ispirazione da un classico punch, realizzato con l’idea di ricreare l’essenza di Genova partendo dal momento più importante della giornata: la colazione. Il punch va a lavorare sulle note morbide del Kentucky Straight Bourbon Jim Beam con i suoi sentori vanigliati del legno e del rum Gosling’s Black Seal 151, alleggerita dal thè English Breakfast e da una decisa dose di chicchi di caffè. La cagliatura attraverso il latte infuso regala rotondità, colore cristallino e il gusto inconfondibile dell’ultimo sorso di cappuccino dopo aver inzuppato la focaccia. Mai provato? Fatelo! Il nome del drink, Dirty Old Town, prende ispirazione dalla canzone folk resa celebre dai Pogues e sintetizza perfettamente il rapporto odi et amo che ogni genovese ha con la propria città.

About The Author

Related posts