Frutta e verdura: estetica e sprechi

Frutta e verdura: estetica e sprechi

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L’idea era di garantire standard comuni per la commercializzazione in tutto il mercato europeo, imponendo norme non solo sul confezionamento di ortaggi e frutta inviata nei circuiti di vendita, dai materiali di imballaggio per il trasporto all’inscatolamento e stivaggio, ma anche su forma, peso e colore delle diverse tipologie di derrate.

Un ristretto numero di persone ingiacchettate aveva deciso cosa milioni di noi consumatori dovevamo apprezzare, quali sarebbero dovuti essere i nostri gusti soprattutto “estetici” nel fare la spesa, e come dovevamo fare bella figura con i nostri ospiti presentando in tavola un bel frutto uguale per ognuno, e che un porro bello grosso rende migliore una minestra.

Le regole rigide della UE che sancivano gli “standard di qualità”, con il 1° luglio 2009, sono state sostituite da una nuova direttiva con cui vengono abrogati gli standard di dimensione per la commercializzazione di ben 26 tipi di prodotti ortofrutticoli freschi, tra cui aglio e cipolle, fagioli e piselli, carciofi, carote, cavoli e cavolfiori, porri, melanzane, meloni, cocomeri, zucchine e cetrioli, albicocche, ciliegie, prugne, e anche noci e nocciole in guscio. Ciò significa che una legge europea (EC No 1221/2008) sta permettendo la vendita di prodotti meno “estetici”, ossia finalmente zucchine e cetrioli fuori misura e anche storti, cavoli del formato che stia comodo in pentola!

Invece, gli standard minimi dimensionali restano in vigore per altri 10 tipi di prodotti, ritenuti più rappresentativi per il mercato e che da soli rappresentano il 75% del giro d’affari ortofrutticolo europeo: agrumi, mele, pere, kiwi, insalate in genere come lattughe, indivie o scarole, pesche, fragole, uva da tavola, peperoni e pomodori.
Anche per questi, tuttavia, agli Stati membri è concessa la facoltà di autorizzare la vendita di pezzature al di sotto degli standard, purché sull’etichetta venga apposta la dicitura “prodotto destinato alla trasformazione in ambito domestico”: marmellate, salse, composte, frullati, insomma, tutto quello che una brava massaia sa fare.

Già alla fonte vanno scartati e quindi sprecati frutta e verdure “difettose”, come le fragole senza peduncolo, i cespi di lattuga con il torsolo reciso male o i grappoli di pomodori con le foglie attaccate. Con la nuova legge la UE concede l’apertura “di un segmento di mercato ancora non esplorato: quello della trasformazione a livello domestico degli ortofrutticoli da parte del consumatore”: ce lo devono suggerire quei signori che possiamo preparare minestroni, conserve, ripieni o farciture per dolci con gli scarti? Al consumatore consapevole basta trovarli in vendita, a prezzo adeguato, ovviamente, e sa bene cosa farsene della merce “piccola” e “mal fatta”.

Sembrava che, con la concessione ad introdurre sul mercato vegetali considerati non di prima scelta, il segnale fosse di cambiamento, un modo per “tagliare la burocrazia” e abbassare i prezzi, ma Coldiretti replica che gli standard europei sono una garanzia, un “parametro per dare un giusto prezzo”.
Ecco, dove va a parare il criterio di “andare incontro al consumatore”, nell’idea che il consumatore è facilmente influenzabile, lo si abitua per bene mettendolo davanti a merce eccelsa nell’aspetto, perfetta in tutte le stagioni, e adeguando il prezzo, poi si predica il valore della qualità. Ma quale qualità se di sapore e profumo non c’è nemmeno l’ombra!

Permettetemi una riflessione personale: è più accettabile la Ue imponga dettagliatissime normative sugli aspetti più banali della vita quotidiana, che discutibile lasci una questione vitale come l’OGM alle decisioni degli stati nazionali e all’arbitrio di alcuni singoli agricoltori?

Maura Sacher

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