Vini e Ristorazione

Forse un tavolo di lavoro per il Prosecco Doc di Trieste / Carso

Sembrava già tutto su carta, protocolli, stanziamenti, masterplan, per potenziare il rilancio dei vitigni di Prosecco dell’estremo territorio giuliano, ma sono in giacenza nei meandri della burocrazia (o nei labirinti dei burocrati, e dei politici di Trieste e di Roma) e ora stanno per scadere.

“Pronti a convocare il tavolo sulla Doc”, ha dichiarato il vice ministro alle Politiche agricole Andrea Olivero al convegno su «Lo sviluppo dell’agricoltura sociale nella Regione Fvg: risorse, vincoli, responsabilità», tenutosi al MIB – School of Management di Trieste, venerdì 22 aprile 2016.

Un Protocollo era stato siglato 6 anni fa, c’erano degli accordi, o meglio ‘promesse’, aspettative, illusioni per i vignaioli del Prosecco triestino, ovvero carsolino, pressoché un tutt’uno il territorio geografico con quello amministrativo, agglomerato nella mega area MappacompletaterritoriProseccodel Prosecco doc che finiva le sue propaggini geografiche alla provincia di Trieste, come mostra la cartina.

Il protocollo sul riconoscimento della tutela delle zone produttive del Prosecco DOCG è stato firmato a Verona l’8 aprile del 2010, a Vinitaly, dal Mipaaf (Ministro Luca Zaia), Coldiretti FVG, Confagricoltura e sottoscritto anche dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Allora i produttori triestini si erano presentati come associati al neo Consorzio Tutela Vini Collio e Carso.

Il documento includeva anche diversi progetti per il territorio di Trieste, ma secondo i vignaioli carsici, intanto, il vantaggio è andato tutto ai grandi produttori del Veneto e di riflesso qualcosa a quelli del Friuli, dove i viticoltori hanno 3.500 ettari a disposizione Colline Prosecco Valdobbiadenecontro i non si sa quanti dei 15 Comuni del Consorzio nel Veneto (perché sembra i conti non tornino, oscillano dai 20 mila fissati nel Disciplinare della Regione Veneto o 18 mila misurati nel 2015, o i 28 mila ‘destinati alla produzione di Prosecco’ come sostenuto quest’anno, mirando a 60 mila ettari per soddisfare quella che stimano sarà entro il 2030 la domanda di Prosecco nel mondo: circa un miliardo di bottiglie).
Ebbene, i vignaioli triestini di Prosecco, invece, sono bloccati con i loro miseri ettari a fatica coltivati tra gli avallamenti carsici e i costoni terrazzati, che basta cercare su Google Maps o Earth per capire cos’è questo territorio. Essi chiedono lo sblocco di impianto per almeno 50 ettari, che ritengono sufficienti e necessari per crescere. E non mirano a disboscare alcun terreno, per speculare, solo a farsi assegnare quelli inutilizzati.

Molto altro c’era nel Protocollo del 2010, pure un “masterplan” era stato redatto, poco è stato finanziato dalla Regione, neanche il piano ‘pilota’ è partito, e qualcuno ha fatto il calcolo si tratterebbe di una copertura di 1 milione di euro complessivi, stanziati sulla carta, che non si sa dove stanno sepolti. Le notizie sulle cronache locale si spendono. Trascuriamo le polemiche partigiane, restiamo alla realtà dei fatti.

Alle domande sulla questione poste al Convegno di Trieste, il vice ministro alle Politiche agricole ha affermato «Bisogna pensare anche a quale sia la ricaduta nei decenni a venire … ma dobbiamo fare un ragionamento un po’ più sofisticato, perché non vorrei che abbandonando alcuni vitigni di grandissimo pregio per produrre Prosecco in quantità superiore mettessimo a rischio le vostre specificità».
Ragionamento “più sofisticato”? Sui vitigni di Prosecco del Carso? Non sarebbe meglio guardasse al Veneto?

Maura Sacher


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