Alla fine ce l’abbiamo e dobbiamo tenercela, questa Manovra del Popolo

Alla fine ce l’abbiamo e dobbiamo tenercela, questa Manovra del Popolo

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Varata sul fil di lama dell’anno che si spegneva, la tanto attesa «Finanziaria del popolo», dal testo misterioso, sbandierato a pizzichi e mozzichi dai media o da manine sconosciute che una velina dopo l’altra faceva uscire notizie in un battibaleno smentite.

Per giorni abbiamo tristemente assistito ad un gioco d’azzardo con rilanci coperti, una botta qua e una là e veloci ritrattazioni davanti alle reazioni del popolo. Mai vista una roba simile.
Frottole sconfessate, dichiarazioni pubbliche fatte passare per allucinazioni giornalistiche, retromarce e ritirate eleganti alle notizie divulgate su quello che veniva definito come nuovo patto sociale della Repubblica Italiana, ammantato dall’espressione “manovra del popolo”, e che il popolo cominciava a criticare, sollevando perplessità riguardo all’efficacia e all’opportunità di certi provvedimenti che sembravano inseriti.
Ma forse questa modernità nell’uso della comunicazione è financo positiva, il popolo che bue non è, anche se nei secoli i governanti l’hanno ritenuto, ha potuto interagire e dire la sua.

A seguire la stampa con il lancio di articoli ed editoriali, ricordando pure le esternazioni dei più autorevoli 5S ai vari talk show prima della sosta natalizia, il popolo era disorientato, come attestavano le interviste e i sondaggi tra l’elettorato rivelando una crescente sfiducia, specie riguardo al reddito di cittadinanza. L’Italia dei “furbetti” già si era mossa: c’era chi gongolava nella sicurezza di meritarselo, lavorando da mezza vita in nero non avendo avuto la fortuna, la capacità, la volontà, di trovare un’occupazione stabile, c’era chi progettava di licenziarsi dall’impiego attuale, sottopagato, e c’era pure chi ne faceva conto per restare a bighellonare senza essersi mai dato seriamente da fare per rendersi autonomo dalla famiglia.

Oggi sul reddito di cittadinanza, che ha cambiato nome, sdoppiandosi in «Patto di inclusione sociale» e «Patto per il lavoro», si viene a sapere qualcosa di più: per meritarsi il sostegno statale bisognerà lavorare! Ossia trovarsi un’occupazione regolare e tenersela per almeno due anni. Ahimè, sul “dopo” non si sa, forse “répete” come diceva mio padre? E per quanto tempo?
Ma i paletti per averne diritto non sono solo questi. Siccome una parte di chi è al Governo del Paese si sente legittimato a fare da “guardiano del popolo” e guarda a tutti i cittadini italiani come degli approfittatori (quindi anche ad una parte della massa del proprio elettorato), sono state introdotte molteplici e complesse condizioni, per le quali sembra non sventoli più tanto gagliarda la bandiera della campagna elettorale, che li ha portati a ottenere il 31% dei voti nazionali.

Paletti che direi appropriati e dispiace per chi si è illuso, tuttavia sarà una bella gatta da pelare per le imprese che sono chiamate in causa dal provvedimento: gli toccherà assumere personale e se lo dovrà tenere per almeno 18 mesi, con una tale trafila di documenti quasi da far rimpiangere la storia dei “voucher”.
E ci fermiamo qui per ora, in attesa dei riscontri sulla manovra da parte delle nostre aziende.

Maura Sacher

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