Arquata del Tronto, dove i Vitigni parlano

Lungo la vecchia via salaria tra Roma ed Ascoli Piceno si erge quello che rimane della Rocca e della Magnifica Terra di Arquata.
Nei tempi passati conosciuta come terra divina con oltre 90 ettari vitati al 1834 come risulta dal Catasto Gregoriano, tutti specializzati a filari sostenuti da abbondanti pali e traverse di castagno.
Tito Livio e Plinio il vecchio ne parlarono, il primo per il passaggio di Annibale e luogo di ristoro con il vino vecchio per se e per i suoi cavalli, preferì per questo non marciare su Roma, chi glielo faceva fare meglio cercare altri vini nelle Puglie. Il secondo per l’usanza di aggiungere il vitigno moscatello agli altri vini per renderli trasportabili via mare, se ne beveva sempre in gran quantità in loco.
Sapete perché la viticoltura è stata così sviluppata ad Arquata per millenni?
La vecchia Surpicano latina. Il grano rendeva poco, per ogni quintale seminato se ne raccoglievano tre.

Coltivare e vendere vino rendeva molto di più, circa 30, 35 q,li per ettaro. Qui poi hanno sempre bevuto molto, da millenni, pensate che nel 1585 all’epoca in cui Papa Sisto V introdusse la tassa sulla foglietta, un boccale qui aveva una capacità di 1,823 litri e nel Comune di Milano 0,787. Al nord sono sempre stati più sobri.
Il recupero odierno del patrimonio viticolo, iniziato subito dopo il sisma del 2016, affronta due ostacoli affascinanti e complessi: l’uso storico dei nomi, non solo delle viti, il singolare spesso ne indicava due e la terminologia dialettale. Arquata del Tronto ha 13 frazioni, tutte avevano un dialetto proprio ed una propria viticoltura. Lo so è difficile da credere ma tanto è.

Mio padre senza saperlo era uno dei pochi, se non l’unico, a ricordare i tempi che furono, i nomi e gli usi in dialetto borghisciano. Uva Paccò, Uva Genia, Uva di Serafì, Uva Crucchiola, Uva Promotiche. Ce ne sarebbero tante altre, sarà per la prossima volta. Quello che si può notare da subito è che i nomi dei vitigni non erano semplici etichette, diversamente da oggi, ma custodi di storie, legami familiari, funzioni sociali ed aspetti organolettici.
L’uva Paccò ho cercato tanto di capirne la sua etimologia e ad oggi non ho una risposta precisa, forse troppo atavica per recuperarne la radice. Sapete cosa risulta dal suo dna?.
È lo Zibibbo. Pensate al mio stupore, uno zibibbo coltivato a 1000 metri s.l.m. Se ne faceva vino, come risulta da analisi effettuate nel 1875, la curiosità è che era usata anche appassita ma per dolci e per mangiare a Natale. Qui ne usavano altre per i passiti.

L’Uva Genia, risultata sconosciuta all’analisi del DNA l’ho salvata da una abitazione che stava per essere rasa al suolo. Penso l’unico esemplare rimasto, na culata, come diciamo qua. Saperne i nomi va bene ma poi vai a trovare e a capire quale sia!.
Già dal termine è possibile capirne il senso, estrosa, chiara negli acini, media grandezza e semicompatta.
Nel luogo in cui l’ho trovata a 1000 metri di altezza forniva gran parte del mosto, visto che le altre viti presenti erano ad acini piccoli. Rappresentava senz’altro la centralità nel vigneto.
l’Uva di Sarafi cresceva caparbia sui terreni difficili ai margini delle vigne, risultata un sinonimo del Verdicchio Bastardo Rosso e di un altro termine Uva Nera, anch’essa risultata sconosciuta dal dna, deve il suo nome evidentemente ad un certo Serafino che la coltivata nella sua vigna o ne era particolarmente devoto. Un bel grappolo rosso semicompatto, da un prodotto serafico celestiale.
La Crucchiola so che c’è, la cerco da 10 anni. Non vorrei che sia l’ennesimo nome dialettale con cui era conosciuta in un versante diverso dal mio. Sarà l’Uva Ghianda dal mio?. Capite la difficoltà anche interpretativa di come venivano appellate?.
Crucchiola evidentemente dal suono del morso per mangiarla e Ghianda dalla somiglianza del seme della quercia, quest’incertezza mi fa vivere nel dubbio.
Il Promotico o Promitiche è risultato sconosciuto al test del DNA. Un uva semispargola bianca e dal grappolo cilindrico e lungo. E’ un’uva regina, il re è il Verdicchio Bastardo Bianco, dal nome si intuisce che matura prima delle altre, dà la parte zuccherina ai nostri vini di montagna e dà la garanzia, in caso di brutta stagione, di idratarsi.
Recuperarne i nomi e i caratteri significa custodire la memoria di Arquata del Tronto, preservando il mosaico unico della sua viticoltura eroica. Riscopriamo la nostra identità partendo proprio dalle vigne, questo faccio qui, a mille metri tra i Sibillini e il Tronto.
Salvare questi vitigni con i loro nomi antichi, le loro storie e i loro sapori non significa soltanto recuperare piante rare, significa restituire dignità a una terra che ha pagato più di altre la sua fedeltà alla montagna. È un lavoro lento, ostinato e appassionato.
Ma è anche la prova che, ad Arquata, le viti parlano e non è mai stata un capitolo del passato è, semplicemente, ciò che questa terra è.
Il viaggio continua..
Di Giacomo Eupizi
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